Intervista al presidente dell’AMSI dal sito www.ilpassaporto.it
(08
giugno 2005)
Foad Aodi: "Vi spiego il lavoro del medico degli immigrati" di
Chiara Righetti

ROMA - Foad Aodi, medico di origine
palestinese che esercita nelle branche di ortopedia e fisiatria, risiede in
Italia da 25 anni. E’ il presidente fondatore dell’Amsi, Associazione medici di
origine straniera in Italia. E’ direttore sanitario del gruppo FKT Salvetti, e
consigliere e presidente del collegio dei revisori dei conti dell'ordine dei
medici di Roma. Con l’Amsi, oltre a tutelare i diritti dei medici stranieri, ha
dato vita a partire dal
Da quale esigenza siete
partiti?
“Ci ha mosso il desiderio di dare una mano ai nostri connazionali, aiutarli
soprattutto a superare le difficoltà linguistiche, in uno spirito di
collaborazione con i colleghi italiani. Questo è un punto che abbiamo chiarito
fin dall’inizio: la nostra intenzione non è quella di sostituirci ai servizi
esistenti, ma di offrire un valore aggiunto. Oggi negli ambulatori dell’Amsi
realizziamo una media di 300 visite al mese. Oltre alla medicina generale, da
qualche tempo forniamo anche cure odontoiatriche, che sono molto richieste”.
Quali altri servizi
mettete a disposizione?
“La pediatria, visto l’alto numero di bambini stranieri presenti a Roma, e la
ginecologia. Infine ci siamo inseriti con un nostro medico nel Sert, il
servizio tossicodipendenze”.
Quali difficoltà
incontrano gli stranieri nell’accesso ai servizi sanitari?
“Le più gravi sono quelle di comunicazione; a volte a mancare è proprio la
conoscenza delle cure disponibili, e l’ignoranza dei propri diritti complica
l’accesso ai servizi più elementari. Per questo, quando abbiamo attivato i
nostri ambulatori, abbiamo contattato direttamente tutte le comunità immigrate
presenti a Roma.
Poi c’è l’ostacolo della lingua, che crea numerosi disagi. Noi medici di
origine straniera mettiamo a disposizione dei pazienti una doppia competenza,
professionale e linguistica. Ovviamente senza sostituirci ai mediatori
culturali”.
Quali sono le
prestazioni più richieste?
“Quelle ginecologica e pediatrica, senz’altro. Poi l’odontoiatria. Ma abbiamo
molti pazienti anche per ortopedia e fisiatria: io personalmente visito
moltissimi romeni che lavorano nell’edilizia”.
Quindi si rivolgono a
voi per malesseri dovuti alle condizioni lavorative.
“Certo è una componente. Ma spesso a influire negativamente sono le condizioni
abitative: molti malanni dipendono dal freddo, dalle cattive condizioni
igieniche, dal sovraffollamento. L’umidità causa il riacutizzarsi dell’artrosi.
Tra i problemi dovuti alle condizioni lavorative curiamo molte badanti, che
sollevando pesi eccessivi contraggono patologie come l’ernia del disco”.
Le statistiche dicono
che l’interruzione di gravidanza è molto diffusa fra le donne immigrate.
“Sì. Spesso è una scelta dettata dalle difficoltà economiche: una famiglia che
non ha soldi, non ha una casa abitabile, non potrebbe semplicemente permettersi
di allevare un bambino in Italia. Ma come sempre è una scelta non facile; per
questo alle donne che chiedono di abortire cerchiamo di dare anche un sostegno
psicologico”.
Sapete di altre forme di
disagio psicologico?
“Ansia e depressione sono molto diffuse, soprattutto quando manca la
tranquillità rispetto ad alcuni riferimenti fondamentali: la casa, il lavoro.
Spesso il disagio nasce dall’insicurezza sociale e si ripercuote sulle
condizioni fisiche, perché il calo delle difese immunitarie rende più
vulnerabili.
C’è poi una differenza legata all’età di arrivo in Italia: una persona come me,
arrivata a 18 anni, ha trovato più facile adattarsi rispetto a chi emigra a 35
anni e si imbarca in una battaglia per ricostruirsi una vita.
Infine ci sono i problemi di coppia. Ho molti colleghi che dopo aver trascorso
un periodo in Italia sono stati costretti a rientrare nei loro paesi d’origine.
Soprattutto quelli sposati a donne del loro paese, che qui non sono riuscite a
integrarsi”.
Le donne sono più
vulnerabili?
“Da un lato hanno più voglia di inserirsi nella nuova società. Ma a volte sul
loro percorso incidono fattori culturali che rendono tutto più difficile”.
Negli ambulatori Amsi
visitate più regolari o più irregolari?
“Gli irregolari sono la maggioranza. So che, in generale, gli immigrati non in
regola ricorrono più raramente degli altri alle cure del Servizio sanitario
nazionale. Anche se avrebbero diritto all’anonimato grazie al tesserino Stp,
sono diffidenti, spaventati: temono di essere denunciati. Probabilmente nei
nostri riguardi hanno più fiducia: pensano che, poiché siamo stranieri, non
faremo nulla contro di loro. Nei nostri ambulatori abbiamo la regola ferrea di
interessarci solo alla salute dei nostri pazienti, senza chiedere nulla della
vita privata”.
Gli immigrati sono
colpiti da alcune malattie in particolare?
“Un fatto ormai dimostrato è che non “portano” malattie infettive, come molti
pensano. E’ vero semmai il contrario: arrivano sani e qui contraggono
infezioni. Anche perché da una determinata comunità non emigrano gli elementi
malati o deboli, ma quelli più forti e sani”.
Però ci sono gruppi
etnici più colpiti da singole patologie.
“Sì. Credo che dipenda soprattutto dal tipo di vita che conducono in Italia. Ad
esempio abbiamo notato che fra i gruppi nazionali specializzati nel lavoro
domestico sono diffusi i casi di diabete. Probabilmente è una conseguenza dello
stile di vita sedentario e delle mutate abitudini alimentari. Un altro esempio
sono albanesi e romeni, quasi tutti impiegati nell’edilizia e molto soggetti a
malattie osteoarticolari”.
I vostri pazienti
“rimpiangono” i metodi di cura diffusi nei loro paesi d’origine?
“E’ un sentimento diffuso fra i cinesi, che anche da emigrati tendono ad avere
rapporti soprattutto all’interno della loro comunità. Ho pazienti che hanno
sempre utilizzato metodi come l’agopuntura e conservano una certa diffidenza
verso la medicina occidentale. Personalmente sono favorevole all’interazione
fra sistemi diversi, ognuno dei quali può portare vantaggi, purché non ci sia
confusione di ruoli ma rispetto delle rispettive competenze”.
In tutto questo com’è il
vostro rapporto con i colleghi italiani?
“Ottimo. Hanno sempre dimostrato una grande sensibilità”.