Intervista al dott. Aodi Foad –
di Marta Volterra
Del sito www.fuorilemura.it
L' AMSI e i medici
stranieri in Italia
Intervista al Dott.
Aodi Foad - Fisiatria, Ortopedia e Traumatologia- Presidente del collegio dei
revisori dei conti dell'Ordine dei Medici Chirurghi ed Odontoiatri di Roma dal
2003 (riconfermato all'unanimità nel neo consiglio direttivo del 01/12/2005) e
Presidente fondatore dell'AMSI (Associazione Medici di origine Straniera in
Italia- riconosciuta dall'ordine dei medici in Italia).
D: Come è nata l'AMSI? A quale scopo? Per rispondere a quale esigenza?
R: E' nata su iniziativa mia, per raggruppare i medici stranieri in Italia a
prescindere dalla loro origine, cultura e religione; per affrontare e risolvere
i problemi che essi incontrano e tutelarli sotto diversi aspetti: l'inserimento
nel mondo del lavoro, l'iscrizione all'ordine dei medici e l'aggiornamento
professionale.
L'idea è nata conoscendo e incontrando alcuni colleghi insieme ai quali abbiamo
dato vita all'associazione, basandola sul principio fondamentale dell'apertura
a tutti, tale che fosse possibile, nell'affrontare una problematica, parlare a
nome di tutta la categoria dei medici stranieri nella sua interezza.
L'AMSI ha analizzato e analizza tutta una serie di questioni da risolvere;
abbiamo, per esempio, risolto alcuni problemi quali l'iscrizione all'ordine, la
scuola di specializzazione che prima non era di facile accesso ai medici di
origine straniera: essi dovevano, infatti, fare i concorsi ma dovevano
autofinanziarsi -mentre per il medico italiano c'era la possibilità di borsa di
studio- e al contrario, ora sono state erogate ventuno borse di studio
destinate a loro.
D: Chi ne fa parte?
R: Fanno parte dell'AMSI tutti i medici di origine straniera, che vogliono
risolvere i loro problemi professionali o anche quelli che vogliono dal punto
di vista culturale aggregarsi a noi. Un motivo culturale, infatti, c'è: la
maggior parte di noi è rimasta in Italia per lavorare ma incontrarsi ci aiuta a
non dimenticarci delle nostre origini, nonostante uno possa essere anche
perfettamente integrato.
D: Dove si sono formati i medici che ne fanno parte?
R: La maggior parte dei medici che fanno parte dell'associazione si è laureata
in Italia. La storia dell'emigrazione io la divido in due parti: la prima,
quando venivamo a studiare in Italia e la maggioranza di noi era araba, greca,
iraniana -io faccio parte di questa prima ondata che in una seconda fase si è
divisa: una parte è tornata nei propri Paesi e l'altra è rimasta a lavorare in
Italia e si è iscritta all'ordine dei medici italiano. Dalla metà degli anni
Novanta, invece, sono iniziati ad arrivare in Italia i medici dell'Est, la cui
storia è diversa: loro si sono soprattutto laureati nei loro Paesi di
provenienza e successivamente sono venuti in Italia e si sono fatti riconoscere
gli studi (medici albanesi, rumeni, russi e via dicendo). Sicuramente il loro
inserimento è più difficile rispetto a quello di chi è venuto a studiare e si è
laureato qui, perché ha vissuto di più in Italia ed è più agevolato per
l'inserimento.
D: Che tipo di utenza ha? Perché?
Per quali problemi i migranti si rivolgono a voi?
R: L'AMSI è nata per risolvere i problemi dei medici stranieri in Italia, è
attiva nell'aggiornamento professionale e, inoltre, ci sono undici ambulatori
AMSI per stranieri presso le Asl di Roma, Civitavecchia e Guidonia, dove i
nostri medici lavorano per curare direttamente i pazienti stranieri regolari e
irregolari che hanno anche difficoltà linguistiche. Si rivolgono a noi quasi
trecento persone al mese, si sentono più tranquille specialmente quelle che
sono irregolari perché hanno paura a venire nelle strutture pubbliche e per ciò
facciamo il doppio lavoro di mediatori culturale e medici.
D: Lei, durante la sua carriera, ha ricevuto diverse onorificenze ma, in
generale, che tipo di accoglienza ricevono i medici stranieri in Italia? Quale
spazio gli viene dato?
R: Io ho ricevuto fino a oggi cinque targhe dal Presidente Ciampi, due dalla
regione Lazio, due dalla Provincia e una dal Comune di Roma, e una dal Forum
delle comunità straniere che me l'hanno data come pioniere dell'integrazione.
C'è un'accoglienza molto positiva, purtroppo però i medici non vengono trattati
ugualmente su tutto il territorio italiano; per cui a Roma vengono trattati
molto bene dal punto di vista di iscrizione all'ordine ecc, invece più andiamo
al Nord più vengono trattati peggio e aumentano i pregiudizi. Inoltre in Italia
non viene applicata la legge allo stesso modo presso tutti gli ordini di
medici, per cui c'è chi chiede solo il permesso di soggiorno per motivi di
studio, chi solo per motivi di lavoro e invece Roma accetta che ci si iscriva
anche con permesso di soggiorno per motivi di studio poi lo può convertire in
una seconda fase.
Per risolvere anche questo problema, abbiamo formato una commissione a livello
nazionale presso la federazione di tutti gli ordini dei medici italiani, che
sono 103.
D: Anche se nella sanità italiana se ne parla poco, diverse realtà
sul territorio sottolineano la necessità della presenza di mediatori culturali.
Quale dovrebbe essere secondo lei la loro funzione?
R: Sicuramente la figura del mediatore è importante perché, quando il cittadino
straniero non ha la padronanza della lingua, l'integrazione è molto
difficoltosa; ma è ancora più importante quando lo straniero ha bisogno di
curarsi e non riesce a spiegarsi; la conoscenza da parte del medico di alcune
usanze o abitudini del suo paese può essergli utile. Questo però non vuol dire
che i medici di origine straniera sono più bravi di quelli italiani; solamente
essi hanno un'arma in più, quella di essere di madre lingua e conoscere le
abitudini sociali.
D: Ma si tratta solo di un discorso di lingua o anche di diverso approccio umano
nei confronti del paziente?
R: Non ritengo ci sia una grande differenza.... E' un bravo medico quello che è
molto preparato ma che soprattutto da un punto di vista umano sa ascoltare il
paziente. I medici stranieri possono essere più disponibili perché vengono da
realtà diverse e dal punto di vista umano magari sentono ancora l'aiuto, la
solidarietà e tutto il resto.
D: Lei è favorevole alla figura del mediatore culturale all'interno del
contesto sanitario?
R: Sono favorevole al ruolo del mediatore culturale basta che sia istruito
secondo un programma universitario o regionale.
D: Chi si rivolge al mediatore culturale?
R: Chi si rivolge al mediatore culturale è una persona che ha bisogno di aiuto;
il mediatore culturale è molto utile se è una persona istruita dal punto di
vista legislativo e formata dal punto di vista umano e, quindi, sa cogliere se
una persona è bisognosa d'aiuto, allora sarà utile; se invece succede che il
mediatore culturale non ha nessuna istruzione per svolgere questo ruolo, allora
egli può solo peggiorare la situazione e complicare la vita. Il mediatore
culturale dovrebbe essere in grado di capire anche dal punto di vista culturale
chi a lui si rivolge, perché anche da questo punto di vista è molto importante
capire la cultura per comprendere meglio il comportamento della persona e la
sua situazione.
La funzione del mediatore dovrebbe essere quella di rispondere alle domande
innanzitutto dal punto di vista legislativo e linguistico. Selezionare e
specificare il mediatore culturale a seconda dell'ambito è importante; non si
può fare un mediatore culturale per tutto. Deve approfondire un argomento:
amministrativo, legislativo ecc; i mediatori dovrebbero essere super
specializzati e selezionare il ramo in cui lavorare.
Non ci si può improvvisare mediatori, bisogna istituire un albo.
D: In che posizione dovrebbero lavorare? In quale rapporto con il corpo medico
e il corpo paziente?
R: La figura del mediatore culturale in contesto medico è un po' problematica
anche per la questione della privacy. Quindi il mediatore culturale deve avere
il consenso per iscritto del paziente che accetta la presenza di una terza
persona, Può essere un problema quello della presenza del mediatore culturale
all'interno della sanità, per esempio: può o non può stare nella stanza durante
la visita?
D: Come andrebbe strutturata e migliorata questa figura? Quale il codice
deontologico, quali le conoscenze imprescindibili?
R: Il mediatore culturale dovrebbe poi essere formato anche da un punto di
vista umano, dovrebbe essere in grado di ascoltare e capire le difficoltà delle
persone che si rivolgono a loro. Anche dal punto di vista deontologico
dovrebbero innanzitutto essere dotati di queste caratteristiche umane perché
non si può fare il mediatore culturale tanto per farlo; bisogna essere
"portati" a conoscere altre realtà, altre culture, altre esperienze
ed essere preparati, dal punto di vista umano, a vedere delle persone in
difficoltà.
L'importante è che questa figura venga utilizzata al posto giusto e al momento
giusto e, soprattutto, che vengano scelte le persone giuste per poter fare
questo mestiere.