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13

Feb

2011

MEDITERRANEO: LA PRIMAVERA DI UN CAMBIAMENTO RADICALE NEL MONDO ARABO
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Pupa Brunori intervista Foad Aodi

Il professore Foad Aodi, di origine palestinese, vive in Ialia dal 1980 dove ha sposato una persona italiana con la quale ha avuto tre figli. Di professione medico, è presidente del Comai (La Comunità del Mondo Arabo in Italia), dell'Amsi (Associazione dei Medici di origine straniera in Italia) e del Collegio dei revisori dei conti dell'Ordine dei medici di Roma. Di ritorno dal Medioriente lo abbiamo incontrato per parlare di ciò che sta infiammando il mondo arabo

 

D: Il 16 gennaio è sceso in piazza il popolo tunisino dando inizio alla Rivoluzione dei gelsomini - ottenendo la cacciata del dittatore Ben Ali - seguita il 25 gennaio dalla rivolta degli egiziani sotto l’impulso del Movimento 6 aprile. E anche in altri paesi arabi ci sono forti segnali di insofferenza. Cosa sta succedendo?

R: Sta accadendo una cosa molto positiva: è caduto il muro della paura. E’ fondamentale che nel mondo arabo moltissimi giovani stiano esprimendo la propria opinione apertamente e in modo civile, democratico e senza violenza. Questo segnale positivo va incoraggiato, perché in un’epoca di democrazia mondiale anche nei paesi arabi ci deve essere una forma di democrazia, in cui i giovani e il popolo tutto devono essere ascoltati. La volontà del popolo è sacra. In Tunisia, dove sono stato recentemente, alla base della Rivoluzione dei Gelsomini c'è stato un fattore scatenante che ha rivelano una realtà predisposta a recepirlo. E’ come in medicina: se una persona ha un attacco di lombosciatalgia significa che la schiena era preparata a quel fattore scatenante. Poi la protesta è nata anche in Egitto, paese molto importante per il mondo arabo. E’ uno stato strategico per la sua grandezza, la sua posizione, la sua politica, la questione palestinese e per la vicinanza con Gaza.

Come Comai (La Comunità del Mondo Arabo in Italia) pensiamo che prima di tutto vada riconosciuta la sovranità dei popoli algerino, tunisino, egiziano e degli altri paesi in cui ci sono i primi segnali di risveglio. Noi non entriamo nel merito della questione politica di quale corso debba avere questo processo rivoluzionario e chi debba governare. E’ il popolo che deve decidere. Solo, bisogna trovare strumenti politici adeguati all’epoca cui viviamo, strumenti democratici, elezioni democratiche, di coinvolgimento democratico e di ascolto per risolvere la questione che sta alla base di tutto: la crisi economica.

D: L’Occidente è stato preso in contropiede da questo scatto di dignità e le sue chiavi interpretative si stanno rivelando incapaci di leggere quella che voi definite la Primavera della gioventù e della volontà popolare.

R: Queste manifestazioni hanno sorpreso tutti, alcuni positivamente, altri negativamente. Per noi e il mondo arabo, oltre che per i giovani e la popolazione democratica europea, la sorpresa è stata positiva. Mentre per i politici e i governi europei e per tutto l’Occidente la reazione è stata differente, il contrario della volontà popolare, sia araba che europea. Certo l’Occidente deve proteggere ciò che fino all’altro giorno ha difeso. L'Occidente definiva il politico con cui trattava una figura saggia, con cui consolidare il rapporto per giustificare la propria collaborazione senza prendere in considerazione il parere del popolo e dei giovani. Secondo me sbagliando, perché bisogna avere capacità di ascolto della volontà del cambiamento radicale che si sta verificando.

Sarebbe un peccato vedere queste manifestazioni pacifiche represse perché qualcuno dall’alto vuole farle morire e senza ascoltare i motivi per i quali i giovani stanno protestando: voler vivere in un paese democratico e denunciare il proprio disagio economico e sociale. Se i giovani di oggi, studenti europei e del mondo arabo protestano per la mancanza di posti di lavoro, di forme democrazia, di coinvolgimento e si sentono distanti dalla politica, non rappresentati dai politici, allora bisogna ascoltarli. Poi se i giovani arabi, rispetto a quelli europei, protestano anche per la mancanza di democrazia nel loro paese bisogna ascoltarli doppiamente.

D: Su ciò che sta succedendo sulle sponde del Mediterraneo come si sta movendo la Lega araba?

Ho avuto il piacere di essere stato invitato in Medioriente, nel dicembre scorso, dalla Lega araba come esperto di sanità e immigrazione in Italia e in Europa (presiedo anche l’associazione dei medici di origine straniera in Italia, Amsi), per affrontare un argomento molto attuale rispetto alle manifestazioni di oggi. Nei tre giorni di meeting è stato approfondito il problema dell’emigrazione dei medici, operatori sanitari e degli intellettuali arabi verso l’Europa e verso l’Occidente. Secondo i dati europei e quelli della Lega araba tale emigrazione è aumentata spaventosamente, una vera emorragia di forze che abbandonano il proprio paese perché fuori trovano migliori condizioni economiche. Per cui l’Arabia saudita ci ha chiesto medici, così il Qatar e altri paesi dell'area. Noi abbiamo dato la nostra disponibilità non solo per collaborare, ma per proporre delle soluzioni per creare posti di lavoro in loco. Dobbiamo, inoltre, creare le condizioni per far tornare tanti intellettuali che si sono laureati in Italia, in Francia, in Germania. La Lega araba può avere un ruolo molto importante su questo perché è un punto di riferimento. Purtroppo la sua è un’azione limitata perché ogni paese membro può avere una sua politica interna alla stessa stregua dell’Europa unita. Anche qui a Roma presso l’ambasciata della Lega araba ogni mese si riuniscono tutti gli ambasciatori per scambiarsi informazioni e costruire una linea unitaria. E' un processo difficile perché ognuno può avere una posizione peculiare in relazione al proprio paese di origine.

Sono favorevole a una collaborazione con l’Italia e sono stato incaricato dalla Lega araba di curare tale collaborazione. A tale proposito abbiamo fatto un convegno molto importante con la regione Sicilia su sanità e immigrazione in cui sono intervenuti esperti e politici italiani e di origine araba. Bisogna intensificare questa collaborazione. La Lega araba - per voce del Dr. Moussa - ha affermato che le istanze di questi movimenti vanno ascoltate anche se la stessa Lega araba non può intervenire all’interno del singolo paese. Il mondo arabo soffre da sempre di quello che viene definito dallo slogan “uniti per non unirsi”. Invece noi con il Comai qui stiamo dimostrando che per il mondo arabo l'unità è possibile al di là della religione e della politica. Ho accettato l’incarico della Lega araba di occuparmi di queste problematiche - nonostante io faccia un altro mestiere - perché ritengo importante fare qualcosa di positivo anche per il paese in cui vivo, come l’Italia. Formare una comunità di intellettuali in grado di fare proposte unitarie è un servizio in più.

Il nostro obiettivo e quello della Lega araba è intensificare la collaborazione tra l’Italia e i paesi della nostra origine. Intensificare, inoltre, ciò che io chiamo i Ponti della Conoscenza risponde a una voglia di conoscere da parte delle persone. Stiamo facendo molti convegni con una grande partecipazione di pubblico. La speranza è che questo movimento non finisca con la piazza Tahrir.

D: Qui in Occidente sono molti pregiudizi verso il mondo arabo

R: Sì, ci sono molti pregiudizi, uno dei quali è che il mondo arabo non può essere unito, come per esempio per la questione palestinese che ogni stato arabo sventola per non prendere posizione.

Un’altra cosa importante è la questione religiosa.

Come Comai e Amsi vogliamo che dalla nostra attività restino fuori sia la religione che la politica - la portavoce dell’ufficio stampa, per esempio, è una ragazza cristiana. E rimanga fuori anche la predominanza di un gruppo sugli altri perché maggiormente rappresentativo. Poi, ovviamente, ogni comunità al proprio interno ha i suoi problemi da affrontare. La nostra realtà riproduce in scala la composizione della Lega araba.

La questione internazionale, inoltre, si riflette nel paese in cui si vive alla luce della questione nazionale del paese di origine. Per esempio la questione palestinese: abbiamo problemi seri nella sua comunità che non è mai decollata perché tale questione in Palestina rimane irrisolta. Noi italiani di origine straniera dobbiamo comportarci da italiani, (senza dimenticare le nostre origini perché chi non ha radici non ha futuro, nell’acronimo Amsi abbiamo voluto marcare che i suoi medici sono di origine straniera), e non possiamo limitarci a ragionare come se fossimo ancora nel 1982 quando Arafat era in Libano. La questione è andata avanti: il mondo è cambiato, la politica è cambiata, non ci sono ideologie di destra e di sinistra come una volta. Oggi abbiamo Rutelli e Fini alleati quando, invece, non molti anni fa erano avversari politici per la candidatura a sindaco di Roma. La politica italiana è andata avanti e anche noi come mondo arabo dobbiamo andare avanti. Purtroppo siamo fermi su alcuni punti che ci penalizzano come la questione religiosa - che, invece, deve stare fuori, anche se è difficile. Nella questione palestinese prima non si poneva la questione religiosa e tutti avevano lo stesso obiettivo, mentre oggi la comunità palestinese è divisa pure secondo la religione. Questa posizione l’ho espressa alla Lega araba la quale deve tenere fuori la religione e i tornaconti politici. Inoltre, per le nostre questioni irrisolte (la democrazia di ogni paese o la questione palestinese) non dobbiamo incolpare sempre gli altri, ma assumerci la responsabilità di affrontarle. E per le posizioni o azioni sbagliate dobbiamo avere il coraggio di fare quell'autocritica che, per le politiche sbagliate interne ai paesi membri, anche la Lega araba dovrebbe fare.

D: Per tornare all’Egitto, la protesta sta attraversando la società tutta: studenti, operai, intellettuali ecc. (fondamentale è stato lo strumento di internet per mettere in comunicazione le persone soprattutto, i giovani) e la transizione è, però, gestita da militari e uomini politici che hanno lavorato con lo stesso Mubarak....

R: Quando un governante, non eletto democraticamente, è mandato via dal popolo, la prima domanda è: chi viene dopo di lui? sarà meglio o peggio? sarà favorevole alla questione israelo-palestinese? che tipo di rapporti avrà con l’Europa e con gli Usa? Ogni volta siamo alle stesse domande, ignorando l’intreccio che c’è tra l’interesse del popolo e gli interessi generali politici. L’Occidente non ha mai sostenuto quei politici che hanno lavorato per l’interesse del proprio popolo. Se lo avesse fatto, tante guerre potevano essere evitate. Penso che quello che sta succedendo in Egitto deve continuare per un sbocco positivo delle istanze portate avanti da tutti, dalla gente semplice agli intellettuali. E devono essere gli egiziani a decidere ciò che devono fare. Qualsiasi transizione è dolorosa, confusa e non organizzata. La transizione, però, non si può rimandare solo perché non c’è una nuova classe dirigente in grado di gestirla. Bisogna, invece, mettere alla prova quelli che stanno protestando. E da arabo, orgoglioso della propria origine, sono contento che qualcosa di positivo stia accadendo. Penso che il popolo deve decidere il suo futuro, arrivare a elezioni democratiche, costituire una Commissione basata su una democrazia interna e decidere in modo collettivo il da farsi, senza pregiudizi verso chi deve succedere agli attuali governanti.

D: Il ruolo dell’esercito?

R: Per fortuna non ci sono state violenze, grazie alla grande prova di civiltà dei manifestanti. E chiunque stia al potere deve avere capacità di ascolto verso i bisogni che hanno attraversato la società egiziana e che sono alla base dell’attuale crisi economica la quale dovrà essere affrontata da chi verrà successivamente, senza interferenze esterne nel caldeggiare l’una o l’altra parte.

Come Comai esprimiamo solidarietà verso i protagonisti di questa Primavera di risveglio della volontà popolare, auspichiamo che queste rivoluzioni producano qualcosa di positivo e lavoriamo per avere un mondo arabo unito perché ciò giova sia ai paesi arabi sia all’Occidente.

Se questa Primavera viene soffocata - producendo un risultato non condiviso dalla popolazione e dai giovani - è una sconfitta. Non si può tergiversare rimandando tutto a settembre e nel frattempo trovare un personaggio che soddisfi tutti. L’attuale classe dirigente deve dare ascolto alle istanze democratiche della popolazione che vuole un cambiamento radicale vero, dalla base e non dall’alto, magari cambiando qualche primo ministro.

L’altra questione è quella dell’uguaglianza. Non possiamo avere sempre una classe di superricchi e una di superpoveri nel mondo arabo. Questo è anche responsabilità della cooperazione internazionale e ci coinvolge perché se le condizioni materiali di un paese sono invivibili i giovani scappano. Se non vogliamo farli andar via miglioriamo le condizioni in quel paese. Purtroppo il governo italiano non vuole occuparsi in modo corretto dell’immigrazione. Tranne Fini che ora sta facendo delle proposte per gli immigrati alcune delle quali le abbiamo proposte noi del Comai, come i 5 anni per avere la cittadinanza. Abbiamo presentato un protocollo di intesa di 15 punti, e il giorno dopo è stato dato a una commissione istituzionale. Mentre la sinistra è timorosa nell'affrontare il tema dell'immigrazione, soprattutto durante la campagna elettorale, ha paura di perdere i voti.

D: La voce dell’Europa e degli Usa in questo momento…

R: E’ assente e siamo preoccupati. Solo quando c’è da fare una guerra si trovano i motivi veri o non veri e si fa la guerra. Queste cose allontanano la popolazione del mondo arabo dall’Europa e dall’America, e si dovrebbero interrogare perché non sono visti in modo positivo nel mondo arabo. Noi con Obama speravamo che le cose cambiassero, e speriamo che cambino perché si è sempre detto disponibile a dialogare con l’Islam. Qui dobbiamo passare dalle parole ai fatti, senza pregiudizi reciproci. Bisogna intensificare il dialogo, superare la paura e affermare che “l’identità è apertura e non chiusura”. Chi ha un’identità forte non ha paura di confrontarsi con altre identità. Sono importanti quindi il dialogo e un’informazione corretta per evitare pregiudizi e guerre.

D: Quello che sta succedendo, però, viene identificato e percepito come il pericolo islamico…

R: Ovviamente il pericolo islamico non c’è. Ci sono solo pregiudizi non fondati su ragionamenti politici. Intanto i paesi arabi non sono tutti islamici, e non è vero che esistono varie forme di islam come l’islam moderato. Queste sono forme di pubblicità negativa. L’islam è come tutte le altre religioni. E’ un’unica religione, può essere interpretata a livello personale, ma rimane un’interpretazione personale. Come religione mondiale l’islam è una religione di pace, pronta al dialogo. E tutti dovrebbero impegnarsi per un dialogo interreligioso, anche il Vaticano, come ha fatto in altre occasioni. Bisogna sviluppare quelli che io chiamo i Ponti di Conoscenza, la possibilità di informare di più e meglio sulle realtà così come sono e non invitare personaggi non accreditati in televisione - o alle trasmissioni politiche - per parlare male dell’islam. Non lo apprezziamo. Il dialogo interreligioso è importante anche per isolare gli estremisti che sono presenti in tutte le religioni. La via maestra è il dialogo, più collaborazione, parlare maggiormente delle cose che uniscono e non di quelle che dividono. La religione è una cosa privata.

D: Qual è il messaggio che viene dall’altra parte del Mediterraneo e che noi italiani dovremmo recepire?

R: Ogni paese ha delle specificità. Quella italiana è una situazione che vede un premier con tantissimi mezzi a disposizione per far passare i suoi messaggi e, in questa difficile congiuntura, la popolazione ha il diritto di contestare. In Italia e in Europa c’è lo strumento della contestazione, il voto, ma mi preoccupa la percentuale sempre più alta di indecisi o di chi non vuole più votare. Quella che stiamo vivendo - io sono in Italia dal 1980 - è la peggiore situazione politica in cui lo scontro politico è arrivato a dei livelli altissimi, anche a livello istituzionale. Io spero che si riprenda la strada maestra della politica. L’attuale posizione dell’Italia nel mondo arabo non è vista bene come una volta - quando c'era Andreotti che faceva una politica internazionale di rilievo - e il suo errore più frequente è quello di identificare il mondo islamico con quello arabo. Io comunque spero che ciò che sta succedendo in Egitto e in Tunisia, e anche quello che è successo qui in Italia con la contestazione degli studenti (rimasto inascoltato a eccezione del presidente Napolitano) sia di stimolo a un maggiore coinvolgimento politico, a una maggiore voglia di informarsi, di conoscere il diverso e le altre realtà. Gli italiani hanno conosciuto il dramma dell’emigrazione in Francia, Germania, Argentina e hanno dovuto impegnarsi a far conoscere la loro realtà così come stiamo facendo noi oggi. Quindi maggiore coinvolgimento politico e mi fa piacere che, oggi, 13 febbraio, scendono in piazza le donne. La voce delle manifestazioni di massa va sempre ascoltata, mentre invece non porta da nessuna parte la politica dello scontro frontale tra blocchi contrapposti e non basato sull’ascolto, sulla democrazia e sul coinvolgimento.

Nei miei incontri internazionali la domanda che ricorre spesso è perché gli italiani non reagiscono.

Nel leggere i giornali vedo che c’è una domanda che ricorre in Italia come in Egitto: se va via Berlusconi chi viene dopo? Questa è una forma di rassegnazione, un segnale di demoralizzazione. L’Italia e l’Europa devono risvegliarsi e avere un ruolo più attivo come popolazione e come governo.

Ultimo aggiornamento Martedì 15 Febbraio 2011 14:26