"Medici Stranieri in Italia: 4 anni di convegni, ricerca, dialogo e tanto lavoro sul campo"
di Anelise Sanchez
2004-12-22


Roma – Ieri affermato ingegnere in Romania, oggi manovale in Italia. A Lima, Peru, era un insegnante di una scuola elementare. A Roma, invece, fa la cameriera due volte a settimana. In Iran aveva la reputazione di un riconosciuto cardiologo. A Milano è un rifugiato impedito di lavorare.

Un problema comune a molti stranieri regolarmente soggiornanti in Italia è la difficoltà di farsi riconoscere i propri titoli accademici e, successivamente, accedere al mercato di lavoro. Nonostante una gran parte degli immigrati sia in possesso di un alto livello d’istruzione e di una professionalità da spendere, pochi sono quelli che svolgono nel paese di accoglienza lo stesso lavoro di prima.

Secondo i dati divulgati dall’OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni), solo nel 2000 circa un milione e mezzo di persone dei paesi in via di sviluppo e dotate di qualificazione professionale avrebbero deciso di immigrare verso i paesi economicamente più stabili. È il fenomeno chiamato “brain drain”, ovvero, cervelli in fuga.

I numeri parlano chiaro e dimostrano che gli immigrati qualificati costituiscono una parte significativa del flusso immigratorio verso l’Italia. Dai risultati di un recente studio realizzato dal gruppo CERFE emerge che il 53% degli stranieri presenti sul territorio nazionale è laureato nel suo paese d’origine. Altro dato rilevante è che il 67,5% degli immigrati residenti nella città capitolina ha una formazione secondaria superiore o universitaria.

La stessa indagine mette in evidenza il fatto che il 77% delle donne e più del 66% degli uomini immigrati in Italia affrontano un processo di dequalificazione lavorativa, provocata principalmente dai mancati riconoscimenti dei titoli, dalla burocrazia e dalla carenza di informazioni sul percorso legale per essere abilitato alla professione.

Proprio per aiutare una specifica categoria di immigrati, i medici, a conquistare il diritto di veder riconosciuto un titolo accademico ottenuto all’estero e quelli laureati in Italia a iscriversi all’Ordine dei Medici a Roma è nata l’AMSI (Associazione medici di origine straniera in Italia).

Presieduta da Foad Aodi, medico di origine palestinese laureato in Italia, l’associazione è stata creata nel 2000 per rappresentare tutti i medici di origine straniera, è riconosciuta ufficialmente dall’Ordine dei Medici e dalla Federazione Nazionale di tutti gli ordini dei medici e collabora anche con il Ministero della Salute.

Foad spiega che, prima del 1989, oltre ai medici comunitari solo quelli dotati di passaporto egiziano e siriano potevano iscriversi all’Ordine dei Medici. Successivamente, con la cosiddetta legge Martelli, tale diritto è stato esteso anche ai medici stranieri in possesso del permesso di soggiorno, residenti nel paese prima di quella data e dotati di laurea in medicina e abilitazione all’esercizio conseguiti in Italia.

Con l’aumento esponenziale del numero di iscritti all’ordine a livello nazionale, lo stesso diritto è stato annullato, ma grazie ad un’intensa campagna di sensibilizzazione realizzata dall’associazione, nel 2000 l’Ordine dei Medici di Roma annunciava una novità attesa da molto tempo per la categoria. Era abolito l’obbligo della cittadinanza europea per l’iscrizione all’Ordine dei medici. Sia i cittadini extracomunitari laureati e abilitati in Italia, sia quelli in possesso di titoli stranieri riconosciuti da un’autorità accademica italiana e abilitati in Italia conquistavano il diritto di iscriversi presso l’Ordine dei medici di Roma.

L’iscrizione all’Ordine dei Medici Roma, la più grande d’Europa, con circa 38 mila iscritti, è diventata un diritto acquisito. Comunque, i medici e gli operatori sanitari che non hanno la cittadinanza italiana continuano ad essere impossibilitati a partecipare ad un concorso pubblico e una volta scaduto il loro permesso di soggiorno vengono automaticamente cancellati dall’Ordine dei Medici. E questi non sono gli unici ostacoli alla professione. Per accedere a una scuola di specializzazione, un medico straniero deve procurarsi una borsa di studio offerta da un ente riconosciuto dal Ministero degli Esteri o finanziata dall’ambasciata del suo paese di origine.

Foad commenta che, se da un lato, l’alto numero di medici, principalmente nella capitale, non favorisce l’ingresso di altri medici stranieri in Italia, dall’altro si verifica una carenza di professionisti in alcune specializzazioni come la radiologia, l’anestesia e nei settori infermieristico e della fisioterapia. «Abbiamo organizzato un incontro con la Regione Lazio e i rappresentanti di 25 ambasciate per incentivare i professionisti stranieri di questi settori a lavorare in Italia, ma bisogna ammettere che sono pochi quelli disponibili ad affrontare difficoltà come la lunga attesa per il riconoscimento della laurea e l’obbligo di sostenere delle spese mentre non si è ancora abilitati a lavorare» osserva.

Per rendere concrete le sue proposte, l’AMSI ha dialogato con tutti gli schieramenti politici e continua, tuttora ad avere uno stretto rapporto con tutte le autorità nazionali competenti per la valutazione dell’idoneità della documentazione comprovante le qualifiche e la formazione dei medici migranti e anche il loro accesso alla professione. «Finora abbiamo ricevuto cinque targhe al merito, in argento, offerte dal presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, e una targa consegnata dalla Regione Lazio», sottolinea Foad.

Il presidente dell’AMSI commenta anche che alcune battaglie sono trasversali e che, per questo, molti diritti devono essere difesi direttamente dalle comunità immigrate ma che, purtroppo, non si verifica una grande coesione tra di loro. «Credo che la mancanza di dialogo tra le comunità è una lacuna che deve essere colmata».

Attualmente, l’AMSI riunisce circa 600 medici su tutto il territorio nazionale e oltre a promuovere diversi convegni e dei corsi di aggiornamento gratuiti, l’associazione è direttamente impegnata sul campo. Grazie a degli accordi stabiliti con le Asl RM G, B e F, i medici dell’AMSI svolgono, volontariamente, l’attività di assistenza sanitaria agli stranieri regolari e non.

In 15 ambulatori gestiti dalle Asl, i medici effettuano visite di medicina generale, visite specialistiche e odontoiatriche nella lingua russa, croata, macedone, albanese, araba, rumena, iraniana, inglese, cinese, spagnolo, portoghese, polacca, francese, indiana e, ovviamente, anche in italiano.

Per i cittadini che non sono iscritti al Servizio Sanitario Nazionale, basta rivolgersi agli uffici amministrativi della Asl e richiedere la tessera Stp, rilasciata agli stranieri temporaneamente presenti in Italia e valida per sei mesi. Con questo documento, anche gli immigrati in condizione di irregolarità possono chiedere l’impegnativa per una visita in uno degli ambulatori AMSI.

Foad afferma che, mensilmente, l’AMSI presta 300 prestazione e che le patologie più frequenti degli immigrati che si rivolgono agli ambulatori sono quelle ginecologiche, di pediatria e di ortopedia. «Si verificano spesso casi di ernia di disco e artrosi, patologie comuni a chi svolge un lavoro pesante o vive in una abitazione non idonee, dove c’è la presenza di umidità».

Inoltre, una volta a settimana, presso l’ ordine dei medici di Roma, l’AMSI presta consulenza gratuita per gli operatori sanitari stranieri e ha fondato una commissione per le problematiche dei medici stranieri che riunisce tutte le 113 ordini dei medici in Italia.